domenica 30 settembre 2018

CAPITOLO III (Parte 2) - La teoria di Elliott



Il principio delle “Onde di Elliott” si basa sulla psicologia della folla, che si muove tra ottimismo e pessimismo in sequenze naturali. Questi sbalzi di umore creano dei pattern (modelli) nei movimenti di prezzo dei mercati, che secondo Elliott si alternano tra impulso e correzione.

  1. Gli impulsi sono composti da una serie di 5 onde di cui 3 espansive (1-3-5) e 2 minori che ripercorrono il movimento (2-4).


  1. La correzione invece, segue al movimento impulsivo nella direzione opposta, suddividendosi in 3 onde di grado minore, dette anche A, B e C.



Nella figura sotto sono ben raffigurate le 5 onde impulsive e le 3 correttive



Nel caso del grafico in alto stiamo parlando di un “ciclo rialzista”, ma gli stessi impulsi e correzioni si possono manifestare al contrario all’interno di un “ciclo ribassista”.



Durata del ciclo secondo Elliott


Elliott classifica i cicli in base alla loro entità temporale nel modo seguente:

NOME CICLO
DURATA
Grande superciclo
Più secoli
Superciclo
Multi decennio (40-70 anni)
Ciclo
Da 1 a diversi anni
Primario
Pochi mesi fino a 2 anni
Intermedio
Da qualche settimana a qualche mese
Minore
Settimana
Minuscolo
giorni
Minuetto
ore
Subminuetto
minuti


Un’onda del ciclo più lungo sarà composta dall’intera fase del successivo.


Ad esempio l’onda 1 del “Ciclo” sarà comprensiva di tutte le fasi del “Primario” e così a scalare.


Il grafico qui sopra esprime molto bene il concetto della natura e dello sviluppo temporale del movimento.

Andrea Facchini 




venerdì 21 settembre 2018

CAPITOLO III (Parte 1) - La teoria di Elliott


Ralph Nelson Elliott nacque in America il 28 luglio 1871 e morì nel 1948. Iniziò la sua carriera di contabile a soli 19 anni, assumendo poi cariche dirigenziali in aziende ferroviarie, per poi diventare consulente contabile anche per lo Stato. Nel 1924 infatti, il Dipartimento Usa lo nominò capo contabile per il Nicaragua.
Durante la sua permanenza in America Centrale, Elliott contrasse una malattia che lo costrinse al pensionamento anticipato a soli 58 anni. Fu durante questa fase che Elliott si dedicò allo studio dei comportamenti del mercato azionario. Erano gli anni della Grande Depressione.
In questo periodo egli cerca di capire il motivo per cui i mercati hanno perso il 90 percento negli ultimi tre anni e si convince sempre più che non ci sono schemi ripetitivi all’interno degli indici di mercato. Si rende conto al contrario, attraverso un’analisi di una serie storica di dati di oltre 70 anni, che i mercati si muovono in cicli. Cerca così di capire come i cicli stessi si determino, consapevole che una buona comprensione degli stessi permetterebbe di anticipare le fasi di declino di un mercato orso, compreso quello del ’29.
Secondo Elliott i cicli non prendono origine all’interno dei mercati finanziari, ma sono un prodotto degli esseri umani attraverso le loro emozioni che si muovono secondo ritmi ben precisi. Il fenomeno si verifica in tutte le attività umane, siano esse economiche, politiche o di piacere.
Così analizzando i dati del mercato azionario scelse alcuni ritmi fondamentali che ancora oggi sono conosciuti come “onde di Elliott”.

Se ci pensiamo bene, ciascuno, al nostro interno possiede uno stato emotivo, che benché non si sviluppi attraverso degli schemi ripetitivi, segue dei cicli ben precisi.
Per meglio rendere comprensibile il concetto, il nostro stato d’animo non sarà sempre lo stesso in qualsiasi momento, e non cambierà con regolarità, tipo alle 4 del pomeriggio. L’unica cosa certa che possiamo sapere è che cambierà fino a raggiungere livelli di emotività alti o bassi, che Elliott quantifica secondo regole matematiche che si ispirano alla teoria di Fibonacci.

Per Elliott i cambiamenti di emotività possono essere sintetizzati in vere e proprie onde cicliche.

Adesso è doveroso focalizzare il concetto che secondo il teorico in esame, l’andamento dei mercati è il frutto di decisioni emotive della collettività.



Nel precedente capitolo, abbiamo visto come Charles Dow, giustamente, ritenesse il mercato efficiente, quando con questo termine intendeva il fatto che le quotazioni di un indice racchiudessero tutte le informazioni e le variabili possibili.

Elliott, non mette in discussione questo elemento fondamentale, ma in qualche modo lo scompone, in quanto le variabili non sono necessariamente oggettive. Esse infatti sono anche il frutto di reazioni emotive della colletività, che finiscono per avere un peso determinante sullo sviluppo dei cicli.
Non si spiegherebbero altrimenti, fenomeni come quelli vissuti negli ultimi quindici anni sui mercati, dalla bolla delle dot-com del 2000, a quella vista sul mercato immobiliare nel precedente decennio, il cui scoppio ha provocato effetti che ancora sono in mezzo a noi.

Un giorno un matematico (erano gli anni ’90), che lavorava a programmi neurali applicati ai mercati, molto scettico in tema di analisi tecnica, mi disse che l’unica teoria che aveva, secondo lui, una veridicità, era quella di Elliott, in quanto conteneva i principi della “teoria del caos”.

Andamento caotico secondo “l’attrattore di Lorenz”

Questa infatti presenta modelli di fisica matematica che estrapolano misure esponenziali, rispetto al movimento iniziale. Spesso tale teoria, oltre alla matematica, viene applicata alla fisica, allo studio demografico, alla psicologia e perfino all’economia e alla finanza.

In finanza ad esempio questa teoria è stata utilizzata al fine di criticare il Capital asset princing model (CAPM), che basa i suoi principi sul modello del mercato efficiente. La teoria del caos contesta i principi di questo modello e la figura dell’investitore razionale, e soprattutto che il prezzo di un titolo sconti immediatamente tutte le informazioni che pervengono dal titolo stesso.
Secondo i teorici gli investitori non reagiscono alle informazioni man mano che le ricevono, ma hanno memoria dei fatti passati, di quello che è accaduto. I mercati, funzionano secondo un’ottica dinamica e non lineare. Viene contestato anche l’indice beta, per le difficoltà che incontra da solo a misurare il rischio di un titolo.

Insomma in queste definizioni ci trovo molto di quanto avesse scoperto Elliott fin dagli anni ’30 studiando la dinamica dei mercati.

Personalmente non ho mai dimenticato le parole di quel matematico, che incontrai negli anni ’90 e  che in campo scientifico e statistico ne sapeva ben più di me. Decisi pertanto di dare alla teoria di Elliott un peso più meritevole, rispetto a tutte le altre, cercando di verificarne sul campo la sua attendibilità e utilità. Fu così negli anni a venire, che la trovai sorprendente per la sua semplicità e utilità.

venerdì 14 settembre 2018

CAPITOLO II - Storia dell’analisi tecnica e teoria di Dow (PARTE 2)


5)      La conferma dei volumi. Dow ritiene che i volumi devono confermare la tendenza dei prezzi. Un trend supportato da volumi elevati rende il mercato “vero” e il trend degno della massima considerazione. In sostanza, più i volumi sono elevati all’interno di un trend, più questo è attendibile.

Ovviamente non è che i volumi devono essere sempre elevati all’interno di un trend o ancor più in crescita. Esistono tuttavia delle fasi nelle quali il trend prende consistenza. Ebbene , in queste fasi il movimento del trend dovrebbe essere supportato da volumi elevati. Questo servirà oltretutto a stabilire successivamente alcuni punti chiave del mercato.
Nella pratica, l’andamento di un titolo o di un indice è supportato da un grafico a barre sottostante, con il quale si rappresentano i volumi scambiati. Il grafico qui sotto esprime ancor meglio il significato di questo principio fondamentale.
Come potete vedere le fasi di conferma del trend primario sono perfettamente confermate da un’esplosione dei volumi. Ciò significa che il trend è solido e che in futuro le basi delineate rappresenteranno livelli importanti da rispettare, onde evitare l’esaurimento della tendenza primaria stessa.
Beh! Direi che forse, l’analisi tecnica è qualcosa di più rispetto alle mie sensazioni, le quali possono dipendere da mille fattori, compreso anche da quanto traffico troverò arrivando in ufficio. Non credete?



6)      L’esistenza della tendenza permane fino a quando non avremo i segnali necessari che confermeranno l’esaurimento della stessa. Dow sostiene l’esistenza della tendenza a prescindere dai rumori di mercato. Questo infatti potrebbero spostarsi nella direzione opposta al trend per poi riprendere prontamente il cammino precedente.  Tale movimento infatti potrebbe essere addirittura quello che in gergo chiamiamo pulizia di mercato. Determinare un’inversione di tendenza spesso non è cosa facile. Molti teorici di Dow sono spesso in disaccordo fra loro, al fine di individuare un’inversione di tendenza. Esistono comunque molti mezzi per leggere al meglio la fase di inversione.

Molti sostengono che il compito più difficile per un investitore non sia quando entrare, bensì quando uscire o viceversa. Verissimo.
Questo principio della teoria di Dow, anche se può sembrare banale, a mio parere racchiude l’essenza comportamentale che ciascun investitore dovrebbe seguire. Spesso mi è capitato di vedere, addirittura, persone che dopo essere usciti da un trend rialzista primario, in ottimo guadagno, hanno finito per rimangiarsi tutto e oltre, insistendo dopo l’esaurimento del trend stesso, arrampicandosi alle notizie positive che la dinamica dei prezzi aveva già scontato in precedenza. Come abbiamo visto, molti teorici di Dow sono in disaccordo fra loro, nell’individuare la fine di un trend. I mezzi, tuttavia per stabilire la fine di una tendenza sono pressoché i medesimi che servono per individuarlo, come potete vedere nel grafico qui riportato. Anche in questo caso le medie possono essere un buon elemento per dosare il rischio e trovarsi preparati difronte al punto di svolta. 


Gli studi di Charles Dow furono in seguito approfonditi e perfezionati da William Hamilton e Robert Rhea, ma credo che tutt’oggi siano in continua evoluzione, visto che comunque stiamo parlando sempre di analisi quantitativa.

venerdì 7 settembre 2018

CAPITOLO II - Storia dell’analisi tecnica e teoria di Dow (PARTE 1)

Charles Henry Dow (1851-1902)

Oltre ad essere il cofondatore della società Dow Jones and Company e il fondatore del Wall Street Journal, Dow Charles, giornalista economico affermato, sviluppò tutta una serie di principi per capire e analizzare il comportamento del mercato, mediante l’utilizzo dei grafici, che in seguito divennero noti come Teoria di Dow, base fondamentale dell’analisi tecnica moderna.

Tuttavia Dow Charles non fu il primo a servirsi dell’analisi tecnica.

In Giappone ad esempio nel XVIII secolo furono utilizzate per la prima volta le famose candelstick per prevedere l’andamento dei prezzi del riso. Già all’epoca, infatti, vi era un vero e proprio mercato a termine sul riso.
L’inventore del sistema a candele, Munehisa Homma, grazie a questo metodo avrebbe, secondo la leggenda, guadagnato una fortuna. In Europa tuttavia questo metodo di lettura giunse solo nel 1989 grazie a Steve Nison che ne pubblicò varie regole nel suo famoso libro Japanese Candlestick Charting Techniques.

Benchè questo sia il più antico e il principale metodo di lettura utilizzato dai traders attuali, la scuola occidentale in materia di analisi tecnica deriva quasi interamente dalla teoria di Dow.

E’ essenziale pertanto, prima di affrontare le metodologie più pratiche, focalizzare al meglio quelli che erano i principi fondamentali di Charles Dow, perchè in essi troviamo le basi per metabolizzare tutto il resto.
Al fine di rendere il più comprensibile la teoria mi servirò di alcuni grafici ed esempi, nella descrizione della stessa.

 La teoria di Dow si basa su 6 principi fondamentali

Prima di tutto è doveroso sottolineare che la toeria di Dow è il frutto di una lunga raccolta degli editoriali di Charles Dow pubblicati sul suo giornale (WSJ), mediante i quali esponeva in modo completo le sue valutazioni sulla speculazione e il ruolo delle medie mobili degli indici da lui introdotti. I principi pertanto potevano essere così riassunti:

1)      Le tendenze di mercato si suddividono in tre movimenti. Il trend primario, la cui durata può essere compresa tra 1 anno e diversi anni. Il trend secondario o intermedio che può essere compreso tra dieci giorni e tre mesi, il cui movimento è contrario a quello primario e che generalmente ne ripercorre un’entità compresa tra il 33 e il 66 percento. Il trend di breve o movimento minore la cui durata non supera 1 mese.

L’individuazione della tendenza  avviene mediante una semplice linea, detta anche trendline, che unisce con regolarità un determinato movimento.  Per meglio riconoscere la natura della tendenza in corso, in analisi tecnica ci si avvale di medie mobili di diversi periodi, dove quella più a lungo supporterà la tendenza primaria e così via.
Generalmente un trend primario, la cui durata supera spesso i 12 mesi, sarà supportato da una media mobile vicina ai 200 giorni, mentre un trend secondario sarà individuato mediante una media compresa tra 20 e 30 giorni.

2)      Le tre fasi di mercato, che secondo la teoria si dividono in: Fase di accumulazione nella quale investitori ben informati stanno acquistando (vendendo) azioni contro il parere generale del mercato. Durante questa fase i prezzi delle azioni presentano variazioni poco significative, in quanto gli investitori bene informati o mani forti sono in minoranza, trovando quindi un pronto assorbimento alle loro richieste. Fase di convinzione. In questo caso la partecipazione del mercato in direzione delle mani forti, si fa sempre più insistente fino ad arrivare alla terza ed ultima, ossia quella della speculazione. A questo punto gli investitori più informati cominciano a distribuire (accumulare) le azioni in loro possesso.

Per meglio spiegare il concetto delle tre fasi di mercato riporto qui una vignetta ormai passata alla storia.

Anche in ambito grafico i cicli si ripetono

3)      L’efficienza di mercato. Con questo principio si ritiene che i prezzi espressi scontino pienamente le notize presenti e future.

Quante volte vi sarà capitato di assistere ad un movimento di mercato senza conoscerne le ragioni, per poi vedere a distanza di qualche giorno, mese o anno il realizzarsi delle aspettative?
Il prezzo di un azione o di un qualsiasi bene in un determinato momento include una moltitudine di variabili conosciute e non, alla maggior parte dei partecipanti a un mercato.  
Il grafico, pertanto, che descrive una serie storica di prezzi, costituisce l’elemento più utile al fine di poter leggere le dinamiche e interpretarne il loro significato.

4)      Le medie del mercato azionario devono essere confermate a vicenda. Occorre che il trend di un settore sia confermato anche dall’andamento dei settori ad esso collegati. Charles Dow sviluppò due medie di mercati: la “Industrial Average” che includeva 12 azioni blu-chip e la “Rail Average” che comprendeva 20 imprese ferroviarie. Il tutto poi fu raggruppato prendendo il nome di Dow Jones Industrial. Pertanto il primo indice per avere una tendenza ben definita, doveva essere supportato dal secondo, in quanto inevitabilmente correlato per la situazione di allora.

Per fare un esempio pratico ai giorni nostri: un trend rialzista di una società che vende ricambi auto si sposerebbe malamente in caso di trend ribassista del settore che costruisce automobili.
In analisi tecnica, il concetto delle medie di mercato ha preso sempre più campo, fino ad arrivare alle comparazioni fra due o più variabili, che permettono di leggere al meglio la dinamica di mercato.
Qui sotto riporto per esempio la dinamica tra l’indice SP500 americano e il prezzo del petrolio. Come possiamo vedere i trend non si discostano minimamente e spesso l’uno anticipa l’altro. Infatti, un calo dei prezzi del petrolio determinato da una minore domanda è sinonimo di minor attività produttiva, che inevitabilmente si riflette sulla crescita degli utili aziendali, almeno fino a che non vi saranno fonti energetiche alternative che sostituiranno in tutto e per tutto quelle esistenti oggi. Ciò non significa che dovrò agire solo sulla base di questa dinamica, ma la cosa importante è che avrò un elemento in più al fine di calibrare le mie scelte finali. 


lunedì 3 settembre 2018

CAPITOLO I


Dalla carta millimetrata ai programmi online in realtime


La prima volta che sono entrato in contatto con l’analisi tecnica, credo sia stata alla scuola media inferiore, anche se non ne ero consapevole.



Ricordate anche voi qualcosa di simile? La famosa asse cartesiana nella quale veniva indicato il risultato della X e della Y derivante dall’espressioni matematiche, che così tanto ci dannavano l’esistenza.

Con il passare degli anni, sempre inconsapevolmente, ritrovai questa benedetta materia alle scuole superiori:

In questo caso veniva semplicemente calcolato il punto di equilibrio (prezzo) derivante dall’incrocio tra domanda e offerta.


Questo per dire che il riportare determinati risultati sull’asse cartesiana è sempre stato nell’era moderna uno dei metodi più utilizzati dall’uomo, al fine di rendere maggiormente comprensibile il comportamento delle variabili in esame.

Ma il mio primo vero contatto consapevole con l’analisi tecnica fu nel 1988, ossia pochi mesi dopo che iniziai a lavorare presso una società di investimenti, anche se a quei tempi le Sim non erano ancora contemplate.

Dopo aver visto per qualche mese la telescrivente che sputava fuori i prezzi di chiusura di Fiat, Generali e Montedison, derivanti dall’incrocio tra compratori e venditori presenti nelle “corbeilles”, con tanto di crollo del 19 ottobre 1987 a Wall Street, decisi di adentrarmi nella lettura dei grafici, ben supportato dal mio datore di lavoro, un vero maestro, in materia di tecniche di analisi, visto che dalla Germania era in contatto con i più seguiti analisti dell’epoca.

A quei tempi, in Italia, la materia in questione era praticamente sconosciuta alla maggioranza degli addetti ai lavori, mentre quei pochi che vi si applicavano non potevano certo fare affidamento su quello che oggi è a nostra disposizione.


L’unico strumento che avevo a disposizione era quello di un quadernino, nel quale trascrivevo le chiusure del famoso indice Comit, calcolando giornalmente un numeratore, attraverso il quale estrapolavo le medie mobili che mi interessavano.

Di seguito i risultati del mio quadernino e l’indice stesso li riportavo su carta millimetrata.

Un bel lavoro non credete? Un vero e proprio rompicapo, se tutto ciò non fosse stato alimentato dalla passione e dalla voglia di riscontrare sul campo le teorie dei principali maestri dell’analisi tecnica.

Del resto i primi programmi computerizzati di analisi tecnica sbarcarono tra il 1989 e il 1990, quando l’informatizzazione iniziò a prendere il sopravvento su tutto il resto, cosicché il mio grafico del Comit su carta millimetrata rimase un quadro di arredamento, che tutt’oggi rimpiango di non aver conservato.

Alla carta millimetrata sono molto riconoscente.

Forse la mia comprensione e sicuramente anche l’approccio, sarebbero stati ben diversi se in quel momento avessi potuto disporre delle tecnologie avanzate che troviamo oggi. La mia dedizione, forse, più che nella comprensione del significato dell’analisi tecnica si sarebbe accentrata nella ricerca di un sistema vincente o isola felice, con il risultato inevitabile di abbandonare la materia stessa, visto che questo è il destino riservato a coloro che hanno una sbagliata visione dei metodi quantitativi.


Tuttavia, una delle virtù che l’uomo deve avere è la capacità nel sapersi adeguare ai cambiamenti delle situazioni. E per chi studia analisi tecnica, questo è l’elemento principale.

Il mio primo programma di analisi tecnica che utilizzai fu rigorosamente tedesco, vista la provenienza del mio datore di lavoro.
Il programma lavorava in Dos tanto per darvi un’idea dei tempi, mentre il nome a dire il vero non me lo ricordo più, ma il lettore sicuramente me lo perdonerà, visto che ormai stiamo parlando di preistoria.

Con l’avvento di windows il programma che più prese campo, fu il Metastock

A dire il vero, la prima versione di questo programma risale al 1986 e la sua diffusione in campo internazionale avvenne solo dopo il 1992, grazie alle numerose richieste. Esso, attraverso Signal Broadcasting permetteva addirittura la ricezione delle quotazioni in tempo reale. Fu solo nel 1995 che Metastock elaborò per Microsoft la versione 5, aggiungendo il supporto per il collegamento Reuters, che ne divenne il principoale azionista.

Ad oggi la versione di Metastock è arrivata alla numero 11, mentre il suo principale antagonista è da sempre stato Tradestation, la cui prima versione risale al 1989.

Il mondo di Internet ha successivamente rivoluzionato i mezzi per poter accedere all’applicazione dell’analisi tecnica, con molti programmi interattivi che possono essere anche utilizzati gratuitamente online.

Basta cliccare su un motore di ricerca “programmi di analisi tecnica” che vi si apre un mondo.

Sono milioni, ormai, le persone che hanno approdato ai mercati finanziari e che parallelamente si avvalgono di programmi di analisi interattivi.

Pochi, invece, quelli che hanno capito il significato dell’analisi tecnica, in quanto la loro conoscenza non è passata attraverso un apprendimento genuino delle basi, ma solo dall’avidità nel ricercare uno strumento infallibile per poter decidere sui propri investimenti, con risultati a dir poco fallimentari.
La statistica dice che solo una percentuale compresa tra il 5 e il 10 percento dei trader riesce a portare a casa risultati in linea con la media dei mercati, mentre oltre il 70 finisce per azzerare il valore dei propri investimenti.


Andrea Facchini